La Tristezza

“Non si può impedire agli uccelli della tristezza di passare sopra la tua testa, ma si può impedire loro di fare un nido nei capelli”
(Proverbio Cinese)

La Tristezza

La tristezza è un’emozione complessa ricca di sfumature diverse sia sul versante fenomenologico che su quello comportamentale-espressivo. Tale complessità è presente e si riflette nel linguaggio comune dove esistono numerosi sinonimi: dolore, abbattimento, desolazione…. E’ un’emozione spiacevole che tende a non estinguersi rapidamente ma a durare. Non ha una tendenza impellente verso l’azione e la scarica immediata, come la rabbia o la paura; non è centripeta come la paura che viene sperimentata come una cosa diretta dallo stimolo pauroso verso l’organismo, né centrifuga, come la rabbia che viene sperimentata come diretta verso qualcosa al di fuori dell’organismo. Sebbene scatenata il più delle volte da certi avvenimenti che si verificano nel mondo esterno la tristezza è riflessiva nel senso che sembra riflettersi sull’organismo che la sperimenta. La tristezza rallenta le attività dell’individuo e dura abbastanza da non evocare nell’individuo una pronta risposta motoria. Essa favorisce processi mentali lenti che determinano una riorganizzazione dei pensieri sulle direttive della vita al fine di un diverso comportamento finalistico. (Arieti- Bemporad “La depressione lieve” ).

La tristezza è un’emozione?

  • Ekman (1982) distingue la tristezza dalle emozioni vere e proprie in quanto protratta nel tempo e la definisce stato umorale
  • Izard (1971): la tristezza è un’emozione composta il cui elemento principale è la preoccupazione
  • Ortony e Turner (1990) : tristezza come ingrediente di una condizione umorale
  • Evans (2001) la tristezza ha un ruolo di stato d’animo ovvero di condizione umorale protratta nel tempo

A Bowlby sono riconducibili le prime ipotesi scientifiche sul ruolo giocato dai legami affettivi sullo sviluppo cognitivo e così pure sull’aggiustamento cognitivo che interviene a seguito di una perdita, aggiustamento favorito dal ritiro e dall’abbassamento del tono dell’umore che sono i segnali caratteristici della tristezza

(aggiustamento cognitivo è reso possibile dalla tristezza)

Il filone di ricerca sviluppatosi dall’ipotesi di Bowlby è così riassumibile:

  • la tristezza è il sentimento collegato a una mancanza, a una rottura del legame di attaccamento, a una perdita reale.
  • È legittimo considerare il lutto come prototipo della tristezza (Zammunner)
  • Funzione biologica della tristezza è quella di favorire l’attaccamento minimizzando la rottura dei legami.

Modello cognitivo della tristezza

  • la tristezza è il sentimento collegato alla presa d’atto che un proprio scopo è stato o sarà inevitabilmente compromesso. In quest’ottica la perdita è considerata come mancanza di significato e di previsione sul futuro che consegue alla compromissione dello scopo.
  • Il lutto è solo un esempio di invalidazione di uno scopo
  • La funzione biologica della tristezza è quella di consentire all’individuo di adattarsi alla nuova situazione non desiderata, permettendogli di prendere atto della perdita e di trovare soluzioni nuove. Per perdita si intende l’invalidazione di uno scopo, quindi una “ferita” all’interno del sistema cognitivo.

Funzioni della tristezza

  1. segnalare il fallimento, la perdita: emozione ad insorgenza rapida e una qualità del vissuto contrassegnata dal dolore acuto (rinuncia dello scopo)
  2. riparare il danno: processo più lungo, periodo contrassegnato da ritiro (ripiegamento in se stessi), caduta dell’energia, affluire di ricordi e pensieri (assenza di piacere ed interessi)

L’invalidazione di uno scopo comporta una serie di modificazioni che possono essere osservate e studiate da diversi vertici:

  • da un vertice comportamentale: cessazione degli sforzi, ritiro. Il corrispondente fenomenologico è caratterizzato da una componente viscero-somatica della sconfitta e della caduta di energia; postura accasciata, eloquio lento, sopraccigli corrugati, angoli della bocca verso il basso, pianto, insonnia, inappetenza
  • da un vertice cognitivo: accettazione del limite e dell’impossibilità di raggiungere quello scopo; senso di impotenza, pessimismo verso il futuro, autosvalutazione> di qui l’elaborazione di un’altra strategia o abbandono e/o sostituzione dello scopo.

Perché la tristezza ha lunga durata?

Rimediare/ riparare al danno subito ritrovando il senso della vita richiede tempo:

  1. rinuncia allo scopo
  2. perdita di piacere
  3. ripiegamento in se stesso
  4. aumento dell’ideazione (incentrata su temi di autosvalutazione, depressivi e di precarietà)
  5. check up del sistema: accertamento danni+ verifica delle risorse rimaste a disposizione, sostituirle con quelle perdute e confronto con quelle passate.

Condizioni necessarie affinché si provi tristezza

Per sperimentare la tristezza occorre che il sistema abbia le seguenti caratteristiche:

  • il sistema deve essere sufficientemente costruito (nei sistemi poveri un’eventuale invalidazione provoca angoscia e terrore perché non ci sono pretendenti in grado di rimpiazzare l’area predittiva perduta).
  • Il sistema non deve essere né troppo rigido in quanto un’invalidazione periferica andrebbe a minare le strutture centrali, né troppo lasso in quanto data la frammentazione, l’invalidazione non avrebbe ripercussioni sul sistema

La tristezza risulta interdetta a coloro che presentino un’organizzazione della conoscenza fortemente disfunzionale e disadattiva.

Dove c’è tristezza c’è un sistema che sta modificando schemi profondi di significato dopo aver abbandonato quelli che avevano prodotto la perdita di previsione: la tristezza innesca processi adattivi di riparazione che consentono di rimettere in moto e ripristinare un controllo sulla propria traiettoria esistenziale ( il sistema si prende cura di se stesso).

Goleman: la tristezza è un’emozione fuori moda in una società basata sulla competizione, molti nascondono la tristezza perché li etichetta come perdenti e deboli con conseguente compromissione della vita. La tristezza non viene espressa perché si teme di suscitare la pena negli altri.

La tristezza in terapia

In terapia è importante aiutare il paziente a eliminare gli ostacoli che si frappongono ad una adeguata manifestazione della tristezza (per esempio lavorare sul secondario della vergogna). Il terapeuta inoltre ha il compito di sostenere il paziente, guidarlo e motivarlo a riempire quel vuoto, a ridisegnare una nuova mappa di sé e del mondo.

Strategia terapeutica elettiva in caso di perdita è la costruzione dell’ombra aiutando il paziente nell’opera di costruzione di un mondo che non c’è per il semplice fatto che non è mai stato pensato.

Tristezza e Lutto

La tristezza che si sperimenta nel lutto è funzione di un fallimento di uno scopo importante all’interno del sistema motivazionale dell’attaccamento- accudimento.

Averill considera il lutto una sindrome in quanto composta di più fasi:

  1. PROTESTA: emozione prevalente è la rabbia, segno di negazione della perdita, l’individuo reagisce agonisticamente per cercare di ottenere la quota di potere previsionale che minaccia di svanire
  2. DISORGANIZZAZIONE/DISPERAZIONE: caratterizzata da una presa d’atto della perdita di qui vuoto predittivo quindi paura/ansia
  3. DISTACCO/RIORGANIZZAZIONE: passaggio dalla presa d’atto della perdita alla ricerca di blocchi predittivi alternativi a quello perduto. Tale passaggio è caratterizzato dalla tristezza.

Bibliografia

BECK AT -TERAPIA COGNITIVA DELLA DEPRESSIONE - BOLLATI BORINGHIERI, TORINO1987

JOHN BOWLBY - ATTACCAMENTO E PERDITA 2 LA SEPARAZIONE DALLA MADRE - BORINGHIERI 1975

S.ARIETI/J.BEMPORAD - LA DEPRESSIONE GRAVE E LIEVE – FELTRINELLI – 1981


Articolo a cura della
Dr.ssa Mariella Spilabotte
Psicologa e Psicoterapeuta a Frosinone

Dr.ssa Mariella Spilabotte

Psicologa e Psicoterapeuta a Frosinone
P.I. 2389810603
Iscritta all’Albo Professionale degli Psicologi della regione Lazio n. 6739
Laureata in Psicologia

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